Black Meteoric Star – Wet

Va subito detto qualcosa su questa nuova combinazione di generi che compare sempre più spesso sui siti musicali di vendita e download. La congiunzione di electro, techno e new beat è piuttosto sospetta e sembra l’ennesima invenzione promozionale, una delle tante narrazioni fittizie che circolano a più riprese nel mondo della club culture. Del resto, mettere insieme tre definizioni così elastiche permette di descrivere praticamente qualsiasi produzione elettronica con una certa attitudine retrofuturista, senza che questo comporti necessariamente una reale appartenenza a quelle tradizioni. Nel caso di Wet, nuovo lavoro di Black Meteoric Star, il riferimento al new beat appare soprattutto come un modo per inquadrare determinate scelte ritmiche e una certa atmosfera, ma basta ascoltare con attenzione per accorgersi che il discorso è meno lineare. Il progetto si muove infatti attraverso una materia elettronica essenziale, dove sequenze sintetiche, drum machine e bassi programmati costruiscono strutture asciutte e funzionali, senza ricorrere a quella marcata lentezza che caratterizzava il new beat delle origini. Se prendiamo come riferimento la prima stagione belga, quella della seconda metà degli anni Ottanta, il suo baricentro ritmico era generalmente molto più basso. In Wet l’electro rimane invece un elemento piuttosto evidente, soprattutto nel modo in cui vengono organizzati i pattern ritmici e nella presenza di sequenze che conservano una certa autonomia rispetto alla cassa. Anche la techno è presente, ma più come grammatica produttiva che come adesione a un genere preciso. Il risultato è quindi meno riconducibile a una somma di tre categorie che a un uso contemporaneo di materiali e soluzioni riconducibili a epoche differenti. Il problema, insomma, non è che queste influenze non possano convivere, ma che oggi vengano facilmente trasformate in una formula commerciale. Wet può essere ascoltato senza bisogno di stabilire se sia electro, techno o new beat. È probabilmente più interessante considerarlo per quello che effettivamente contiene, lasciando alle piattaforme e ai loro algoritmi il compito di inventare nuove caselle.

 

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