
Abbiamo pubblicato, il mese scorso, un post su Martin Klash, blogger danese puntuale nel raccogliere documentazione degli elementi d’arredo “usuali” nell’organizzazione di set pornografici degli anni settanta in quell’area geografica. Il tutto approntato senza nessuna pretesa “artistica”, semplicemente ritagliando finemente le inquadrature, evitando i “particolari salienti” e dando maggior risalto – appunto – alle specificità dei mobili, delle tappezzerie e degli accessori integrati in codeste ambientazioni. Ci è sembrata una rilettura alquanto originale di certo design, perché spesso si tende a cogliere solo il lato più estetizzante dei recuperi vintage: riportare le fascinazioni neo-moderne a una dimensione da “boudoir” alquanto approssimativo e plasticoso (per non dire delle carti da parati finte-decò e dei tappeti superpelosi) ci ha fatto un poco sorridere. Andare a scandagliare i set delle produzioni pornografiche non è però idea né nuovissima, né esclusiva: un artista sudafricano, Brandt Botes (aka Von Brandis), si è spinto oltre, andando a cancellare da immagini porno “complete” solo le figure umane, lasciando al loro posto – quindi – delle silhouette bianche. Il suo lavoro è stato pubblicato su Flickr nel 2007, con il titolo “Obscene Interiors”. Peccato che già nel 2004 fosse stato pubblicato per le edizioni Baby Tatoo il libro “Obscene Interiors: Hardcore Amateur Decor”, assolutamente anticipatorio del “concetto” , che – un poco contrariato- il suo autore Justin Jorgenson rivendica su Internet come propria originale elaborazione. Non è finita tuttavia, perché anche Charles Cohen si è impegnato in simili progettazioni e Lewis Klahr – addirittura nel 1994 – ha sperimentato concetti assai simili in un suo collage d’animazione, denominato “Downs Are Feminine”. Insomma, di una sola cosa adesso siamo certi: il porno è una gran fonte d’ispirazione per molti artisti.