Surrealismo Fetish – Brian M. Viveros

Surrealismo Fetish

Il surrealismo è di certo il movimento artistico che nella storia delle avanguardie novecentesche è stato maggiormente piratato, scopiazzato, detournato, recuperato per strategie pubblicitarie e fricchettonismi d’ogni tipo, con esiti e scimmiottamenti, a volte davvero poco felici. Citando la mostra londinese organizzata nel 2002 alla Tate Modern, si potrebbe affermare che il desiderio senza limiti di quegli artisti, a meta degli anni venti, inventò davvero “senza riguardo alcuno”, procedendo per segni, simboli, inoltrandosi tra gli istinti primari dell’uomo nella sua segreta, inesplorata interiorità. É anche vero – tuttavia – che quelle vocazioni assai “immaginifiche”, divennero ben presto un cliché alquanto fastidioso, ridondante e retorico (leggasi Breton piuttosto che Man Ray e Duchamp), protrattosi poi per fin troppi anni e generazioni di “sperimentatori”. Possono sembrare – queste – delle premesse poco positive, se utilizzate per introdurvi ad un nuovo “surrealismo fetish”, ma è proprio la distanza dai luoghi comuni d’una “poeticità” insistita, a farci piacere le illustrazioni crude e viziosette di Brian M. Viveros, illustratore ed artista a tutto tondo, che esplora adesso anche altri medium, sempre ossessionato da immaginari di bellezze femminili, emaciate e misteriose, un po’ tossiche e cyberglam. Hanno detto di lui che il suo stile erotico lavora su un crinale d’influenze che spazia tra le ispirate fantasie di Joaquin Alberto Vargas (creatore iconico delle celeberrime figure pin-up, tipiche della Seconda Guerra Mondiale) e Hans Bellmer (pittore, scultore e fotografo tedesco nella metà degli anni Trenta, conosciuto per le bambole a grandezza naturale raffiguranti adolescenti). Per la creazione dei suoi dipinti, Viveros utilizza una combinazione di colori ad olio e acrilici, iniziando con uno schizzo a matita di grafite, per poi costruire il colore con l’uso dell’olio ed usare gli acrilici, insistendo infine nei dettagli con tecniche ad aerografo. Il suo processo compositivo “ubriaco” permette poca “progettazione”, pur assicurando comunque effetti d’una certa forza e coerenza. Cercate direttamente voi stessi le opere di questo artista e ditemi poi se non emana un oscuro, lascivo fascino, imbevuto d’una socialità tutta aliena ma ancora pullulante d’insolita bellezza. La foto a corredo del post, è invece scattata da Ansel Adams, in un set interamente organizzato, sempre dall’ineffabile Viveros.