
Gli auricolari diventarono oggetti d’uso comune negli anni ottanta, grazie soprattutto all’avvento dei walkman, la prima tecnologia portatile applicata alla fruizione musicale. Già da quegli anni Marty Garcia, poi fondatore della Future Sonics, ne ingegnerizzerà versioni più sofisticate, come soluzioni per ovviare alla fatica vocalee allo stress acustico dei musicisti. I Grateful Dead furono fra i primi a fare largo uso di questo tipo di monitoraggio personale e sebbene l’idea ha poi richiesto oltre una decade per affermarsi, oggi tale sistema è divenuto uno standard per moltissimi musicisti e vocalist. Anche nell’ambito del djing – adesso – una tale soluzione di monitoraggio inizia ad affermarsi, favorita dall’avvento dei programmi digitali, che grazie a una visualizzazione diretta della forma d’onda, meno abbisognano d’un “controllo perseverante” (e qui già m’immagino partire le scandalizzate imprecazioni dei “puristi”, preoccupati delle tradizioni, dell’etica e dell’estetica del “buon dj”). Eppure sono già molti nelle consolle d’ognidove che stanno adottando ultimamente trasduttori auricolari, cambiando in parte anche la maniera di operare il preascolto. Questa funzione sembra adesso maggiormente orientata al monitoraggio del master mixing, operazione che non pare totalmente illogica utilizzando laptop e software, in quanto la battuta “viene vista” e “interpretata” più facilmente. Essendo meno complessa la fase di preparazione che precede la partenza dell’attacco musicale, è implicito che l’attenzione possa essere spostata sul controllo del “flusso”. Naturalmente, operando in tale maniera, gli auricolari devono essere utilizzati su entrambe le orecchie, abituandosi a lavorare “totalmente isolati” (come si fa insomma anche in cuffia, quando si è costretti per svariate situazioni a non utilizzare le casse monitor). Gli auricolari permettono inoltre di lavorare a un volume più basso, rallentando quindi il deterioramento dell’udito, cosa non da poco se dopo molti anni d’attività non si vuole incorrere in problemi seri. Per il djing sono da preferire “in-ear monitors” di buona qualità, accoppiabili – volendo – anche ad attenuatori di volume. Sono disponibili in commercio differenti tipi di auricolari professionali, che variano a seconda delle caratteristiche, sia per prezzo, che per materiali e qualità. Diciamo – a grandi linee – che quelli in gommapiuma permettono un migliore isolamento dal rumore, mentre quelli in plastica sono più duraturi (anche se in molti casi è possibile scegliere il terminale preferito). I modelli solitamente consigliati sono i Future Sonics Atrio (considerati una ottima entry level a $199), gli M-Audio IE20 XB (a $249), gli Ultimate Ears SuperFi 5pro (a $249), gli Etymotic ER•4 MicroPro (a $299), gli Shure E5c (a $549) o i costosissimi Westone ES2 (a $648). É sconsigliato – lo ripetiamo – un utilizzo “leva e metti” degli auricolari: bisogna abituarsi a questo tipo di set-up e tenerli su sempre, come ad esempio fa nelle sue performance l’olandese Laidback Luke. Una volta – tuttavia – che ci si sarà impratichiti a questo utilizzo, si eviteranno le conseguenze d’un eventuale cattivo posizionamento della consolle, d’una scarsa qualità e potenza dei monitor o d’un ritorno di suono troppo forte. Si sarà capaci – insomma – di controllare tutto in maniera diretta, evitando altresì ogni possibile distrazione di tipo auditivo. Personalmente adotto il sistema tradizionale di preascolto – che è un sistema misto – e preferisco avere una buona monitor attiva. Non credo – tuttavia – che un sistema sia migliore dell’altro. Quello che conta – infine – è il risultato, la qualità della musica che si propone (che non necessariamente è un continuum indistinguibile e amorfo, fatto di produzioni tutte eguali e sempre “limatissime”). L’evoluzione delle tecniche in relazione alle tecnologie è comunque un argomento interessantissimo, che sono sicuro porterà presto a nuove operatività anche nel mixaggio.