
“Questo tipo di sticker art, faccioni in bianco e nero, sono tipici di un altro artista che dal 2000 si dedicava a questo tipo d’attività. Questa è solo un’imitazione. Vergognati”. Ci troviamo assolutamente d’accordo con la lapidaria ma efficace sentenza di un commentatore (neanche anonimo) apparsa su Artsblog a proposito di un intervento urbano effettuato a Milano utilizzando le strutture dell’acquedotto di piazzale Maciachini. Di nuovo (dopo Beast) si distingue in negativo la street art nel capoluogo lombardo, una volta centro di gruppi di writer ben più impegnati. Erano le crew di quartiere – infatti – a tenere banco negli anni novanta, inondando di tag e graffiti i muri, ma anche le banchine, i treni e le metropolitane della “capitale morale”. Adesso, per sua stessa ammissione, l’autore del “capolavoro” ammette la “combine”: “sono un art director ma faccio anche installazioni di grandi dimensioni con il comune”. Che pena: il concept è palesemente rubato, la realizzazione è molto regolare (stessa altezza, stessa distanza), tipica di chi non ha problemi di tempo e di permessi. L’autore le chiama installazioni, noi le chiamiamo “roba per gonzi”. Poveracci, “un sorriso è vita” ma questa gente fa piangere: imitare è già avvilente, farlo alle spese d’una creatività per sua natura spontanea è ancor peggio.