
Nel complesso panorama che caratterizza i territori urbani contemporanei, la continuità fisica d’un luogo è spesso definita nel ripetersi di forme consuete e facilmente decifrabili. Relazioni e tensioni che strutturano precisi ambienti architettonici e riconoscibili intrecci d’interazioni sociali, economiche e d’aggregazione collettiva. Interferire con queste funzioni basilari in uno spazio pubblico comporta una profonda riflessione su quello che è il concetto d’uso comune e di accesso. Non di rado le banalità di certo “design” metropolitano falliscono proprio su tali piani di comprensione: la razionalizzazione delle funzioni, l’omogeneità dei contenuti, la totale assenza d’una visione simbolica ad un livello di creatività superiore. Mark Jenkins – riferendosi a tali questioni – lavora invece sul cortocircuito d’emozioni e percezioni profonde, elementi capaci di suscitare sorpresa ma anche più articolate distorsioni del nostro “continuum” quotidiano. Guardatevi i suoi interventi artistici qui, divisi nel sito in altrettante astratte classificazioni: “City”, “Nature”, “Inside”, “Studio” e “More”. Le suggestioni sono fortissime e parimenti articolate sono le location scelte, setting a bella posta organizzati in funzione d’una mimesi metropolitana concettualmente eccessiva e ridondante.