
L’azione è ben nota, perché rimbalzata su tutti i media italiani e internazionali: a Roma, su un ponte del quartiere Pigneto, è comparsa una scritta in ferro battuto, “Work Will Make You Free”, citazione che rievoca sia la forma che la frase stessa sul cancello del campo di concentramento di Auschwitz, “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi). Così come l’anello al dito sulla statua di Cattelan in Piazza Affari non è comparso casualmente il giorno della festa degli innamorati (sic!), così questa, in maniera “studiata” ha fatto capolino proprio il giorno del 25 Aprile, ricorrenza della liberazione dal nazifascismo. Chi non è avvezzo a certa arte di strada ha subito equivocato il senso dell’operazione, scambiando il tutto come una delle tante provocazioni neonaziste di cui attualmente è piena l’Europa, segno anche d’una intrinseca debolezza dell’opera, giocata molto sul forte impatto mediatico ma allo stesso tempo pasticciata nell’elaborazione. Altri più accorti e giustamente schierati hanno subito capito che nelle intenzioni dell’autore si cercava di legare il concetto di periferia-metropoli a quello di lager e lavoro. La frase, quindi, che originariamente fu letta come uno sberleffo per gli schiavi dei lager, potrebbe oggi essere virata per gli schiavi del terzo millennio: i precari e gli alienati delle metropoli occidentali. “Un pezzo di lager è nelle nostre città, mentre noi ce ne passeggiamo spensierati”, questo ha dichiarato l’artista, che in fondo dimostra un sottofondo di lamentismo bacchettone, quasi non si possa al tempo stesso essere “arrabbiati” e “spensierati”. Per chi vuol giocare con il senso delle parole è imbarazzante poi scusarsi del gesto, rispondere – sollevatosi il conseguente coro di proteste e l’equivoco – “non sono nazista ma un artista precario”: l’arte, si sa, è precaria per sua stessa natura, soprattutto quella di strada. Rivoluzionaria, un’azione che ha come unico effetto quello di far incazzare i vecchietti del quartiere e offrire la sponda a un neonazista autentico come Alemanno per una solidarietà di facciata alla comunità ebraica, non mi pare proprio. Anche l’ulteriore dichiarazione “sono un artista che ha voluto aprire un dibattito” sembra derivativa di uno sketch di Fantozzi, così come sembra risibile rivendicare sia casuale la data del 25 aprile, dicendo che la scelta è stata frutto soltanto di problemi tecnici. A tutta questa confusione s’aggiunge anche lo striscione apparso sul ponte lo stesso giorno, “Basta morire uccisi dal lavoro e dall’indifferenza – Comitato no morti lavoro”, striscione dove campeggiano anche stelle a cinque punte. Troppi linguaggi, troppo politichese, troppa memoria collettiva: noi italiani quando facciamo critica sociale in arte siamo sempre “pesanti”, “dottrinari”, “saccenti”. È il retaggio della mancanza in Italia d’autentiche controculture negli anni del modernismo rampante (50-60-70), troppo tempo inzeppati d’ideologia e retoriche “socialisticheggianti”, con poca frequentazione degli sperimentalismi in arte e molta prosopopea sulla comprensione delle reali dinamiche sociali.