
Si, lo so….molti dei miei amici non amano affatto le corporation tipo Adidas. È da ricordare – a proposito – che Nike e Adidas insieme si spartiscono oltre il 50% del settore di mercato che comprende abbigliamento e scarpe sportive. Nel 1998 un ex internato in un campo di lavoro in Cina dichiara che Adidas ha fatto uso di lavoro forzatoper la produzione di palloni da calcio per i mondiali del 1998. Il fornitore della multinazionale tedesca si serviva di laboratori in una zona rurale che occupavano anche prigionieri politici di un vicino campo di rieducazione, per 15 ore di lavoro al giorno e una paga di 1 dollaro e 50 al mese. Nelle fabbriche di El Salvador (1998) le donne erano costrette a lavorare fino a 70 ore la settimana, sottoposte a test di gravidanza e licenziate se incinte. Un tentativo della Clean Clothes Campaign tedesca di avviare in Centro America un progetto di monitoraggio congiunto con la multinazionale tedesca fallisce per l’indisponibilità di quest’ultima ad accettare l’intervento di una ong locale. In Bulgaria (fabbrica Savina, di proprietà greca) (1998), le donne erano costrette a fare ogni giorno 4 ore di straordinario pagato al nero e avevano diritto solo a 2 giorni di ferie all’anno. Sia nel caso della fabbrica Formosa di El Salvador che di Savina in Bulgaria, Adidas ha reagito alle pressioni ritirando le commesse. Nel novembre 2000 Adidas rifiuta di presentarsi a un’audizione convocata da una commissione dell’Unione Europea a cui interviene una ong indonesiana chiamata a riferire delle condizioni di lavoro in una fabbrica che produce per Adidas (Tuntex: 70 ore di lavoro a settimana, straordinari forzati, paghe al di sotto del minimo legale, maltrattamenti). Nell’aprile 2001 prende avvio una grande mobilitazione internazionale, a cui partecipano anche i consumatori/cittadini italiani, a favore di Ngadinah, operaia-sindacalista di una fabbrica indonesiana di Adidas, arrestata a un anno di distanza da uno sciopero di massa (8 mila lavoratori) sulla base di accuse generiche, per esempio aver incitato i compagni ad aderire allo sciopero. Assolta dalle accuse in agosto può riprendere il suo lavoro nella fabbrica, ciò che non sarebbe mai potuto accadere senza che fosse tenuta desta l’attenzione internazionale sul suo caso. Adidas è costretta a prendere posizione e a scrivere al ministero del lavoro indonesiano per invitarlo a far luce sul caso. Queste le brutte notizie, ora quelle buone: il 16 marzo 2011 Adidas lancia la sua nuova campagna di comunicazione globale. Per la prima volta nella sua storia sono state riunite insieme le diverse anime del brand, al fine di comunicare l’immagine completa del marchio. La campagna esprime l’amore per il “gioco” , inteso come un’attività trasversale al mondo dello sport, della strada o della moda. Tutti sono uniti dal rispetto reciproco per la passione che infondono nella propria arte. Gli ambasciatori del brand sono numerosi e legati alla sfera sportiva, musicale e del lifestyle: dalle stelle del calcio Lionel Messi e David Beckham a Derrick Rose, star dell’NBA; dall’icona pop Katy Perry al produttore e rapper B.O.B.; dal grande skater Dennis Busenitz alla mitica band The Like e a molti altri ancora. Immortalati negli ambienti che li vedono protagonisti nella realtà, mostrano che quando si ama ciò che si fa ci si impegna al massimo. Il divertimento è un bisogno vitale, la strada sprizza energia: sport, musica e moda sono i traini ideali per far leva su una società sempre più depressa, senza forma e senza ordine. Tutto questo è sotto gli occhi di tutti: viene prodotto un “teatrino” assai funzionale di nuovi eroi, materiale infiammabile per gli immaginari collettivi. Il gradimento allora è convogliato verso i “guerrieri” e allo stesso tempo sottratto a quello delle “menti dirigenti” (politici, intellettuali, imprenditori, manager….che vengono comunque retrocessi implicitamente nel girone poco dantesco delle “mezzeseghe”).