
Per quasi tre decenni Mark Landis ha donato più di cento pezzi d’arte a piccoli musei regionali, opere in gran parte dell’impressionismo americano del XIX secolo. Non deve sembrar strano tuttavia che l’attempato cittadino statunitense – al fine di realizzare senza intoppi questa vasta, differenziata e meritoriaopera d’elargizione – assumesse un’identità fittizia. Si presentava infatti dinanzi ai responsabili delle istituzioni prescelte nelle vesti d’un sacerdote gesuita che aveva ereditato quei dipinti, opere che avrebbe avuto il piacere d’elargire perché potessero infine essere apprezzate nelle giuste sedi. L’imbroglio – scopriremo – non era solo nella falsa identità ma anche nell’autenticità delle opere: dei falsi di straordinaria fattura che lo stesso Mark Landis eseguiva nel proprio personale studio. Che il tutto non sia passibile legalmente perché “pro bono publico” – e non a scopo di lucro – era stato fin dal principio accuratamente progettato. Mark Landis è impeccabile nel ruolo d’eccentrico gesuita e le sue “performance” – se la passione per la pittura tradizionale non fosse autentica – potrebbero anche essere annoverate in qualche speculativo e particolarissimo genere d’ultimissima arte contemporanea.