Che la techno diventi – in alcune scene specifiche – sempre più dura e totalizzante non è certo una novità, ma un processo avviato già con la stagione rave degli inizi ’90. Hardcore techno, acid techno, hard trance e poi gabber/gabba hanno risposto a esigenze ben precise dei sound system illegali, dei warehouse parties e dei festival all’aperto che hanno segnato una determinata subcultura, soprattutto nel Regno Unito, in Germania e nei Paesi Bassi, ma con declinazioni peculiari anche in contesti come l’Italia, la Spagna e la Francia. Un artista come Manu le Malin ha incarnato questa traiettoria, diventando una figura chiave nella scena hardcore prima francese e poi internazionale, mescolando elementi industriali, sonorità dark e ritmi veloci. Eppure, questa stessa estetica della durezza ha spesso rappresentato un vicolo cieco artistico, dove l’intensità e la velocità hanno finito per sostituire l’innovazione e la complessità. Quella stessa ricerca ossessiva del “sempre più duro” ha portato a un’inevitabile standardizzazione delle formule, con risultati prevedibili che raramente superavano lo shock iniziale. Il fatto che Manu continui a essere rilevante oggi, a distanza di decenni, potrebbe essere letto non solo come testimonianza del suo valore, ma anche come sintomo di un genere che fatica a rinnovarsi profondamente, ripiegandosi ciclicamente sui propri pionieri. Adesso, ventisette anni dopo Bloc46, arriva MKNK, nuova etichetta che Manu lancia come spazio per una hardcore techno moderna, radicale e aperta di vedute. Il primo passo è Dernière Danse Part I, una raccolta di quattro tracce che sembra voler evitare la nostalgia, optando per uno sguardo più lucido sul passato. Ma quanto c’è di veramente innovativo in questa operazione? Offrire una selezione di brani iconici, semi-dimenticati e remix inediti con un mastering aggiornato a cura di Scan X e Deathmachine sembra più un’operazione conservativa che rivoluzionaria. L’EP riflette certamente una visione artistica e politica del suono, e marcia coerente con la rinascita recente dell’hard techno più spinta in contesti che fino a pochi anni fa le erano quasi ostili. Ma questa “resurrezione” appare sospettosamente tempestiva rispetto alle tendenze attuali, sollevando il dubbio che si tratti dell’ennesimo tentativo di cavalcare un revival, piuttosto che di una genuina esigenza espressiva. Forse, più che un’apertura a nuove possibilità sonore, si tratta di un invito a riconoscere che il passato, seppur rielaborato, continua a esercitare un’attrazione irresistibile – un’eco familiare che risuona nelle piste da ballo contemporanee, ricordandoci che certe pulsioni non smettono mai di bussare alla porta del presente.