Che oramai l’electro abbia invertito il corso dello spazio-tempo ordinario è un dato incontrovertibile, così anche i suoi stilemi, che a latitudini diverse hanno assunto sfumature prima di difficile immaginazione. Electro Tropical, pubblicato da Fixed Rhythms, si inserisce esattamente in questo panorama mutato, dove la dimensione futuribile convive con un immaginario profondamente esotico, attraversato da linee vocali che non fanno da semplice ornamento ma orientano la percezione stessa dei brani. Marcela Dias Sindaco costruisce un microcosmo personale, libero da qualsiasi rigida genealogia, e lo fa muovendosi in equilibrio fra pulsazione meccanica e spontaneità quasi rituale. In tracce come “Dum Dum” o “Pensamentos mecanicos”, le strutture ritmiche mantengono una mira precisa, ma è l’intonazione della voce, filtrata e talvolta prossima al sussurro, a definire un’atmosfera sospesa, a metà fra narrativa urbana e immaginazione popolare. Altrove, come in “Santeria Contemporanea”, affiorano cadenze che sembrano richiamare tradizioni lontane pur senza mai abbandonare il suono sintetico che sostiene l’intero disco. E quando l’approccio si fa più sinuoso, come in “Cancao de ninar”, è l’intreccio fra timbro umano e tessiture elettroniche a suggerire una forma di intimità fuori dal tempo. Nel suo insieme, l’album procede come un viaggio in un territorio che sfugge alle definizioni rigide, dove la lingua, il ritmo e il gesto vocale creano un’identità ibrida, forse imprevedibile, ma sempre coerente nella sua libertà. Una prova che conferma la capacità di Marcela Dias Sindaco di trasformare l’electro in un luogo narrativo, sensoriale e, soprattutto, personale.