DMX Krew fa parte di quella schiera d’artisti (pochi) che a partire dagli anni novanta hanno attraversato ogni sorta di cambiamento, novità e riflusso in maniera inossidabile, innervando con il loro stile tutta la cultura elettronica europea. Alla miriade di produzioni di questo maverick si aggiunge adesso un nuovo album, dalle traiettorie brutali e fredde ma intrise anche di tanta nostalgia. Nel corso delle dodici tracce che compongono No Way To Control It, Ed Upton torna a muoversi con quella naturalezza che da sempre caratterizza il progetto DMX Krew, attraversando territori electro, synth-funk e techno con un’attitudine che resta volutamente essenziale ma mai povera di idee. Il disco pubblicato da Breakin Records conserva infatti quel gusto per le linee sintetiche taglienti e per le strutture ritmiche compatte che negli anni hanno reso riconoscibile la sua firma, pur lasciando emergere una dimensione più malinconica e riflessiva. Brani come “Dangerous Dungeon” e “Sonic Escape Route” aprono il lavoro con una dinamica piuttosto serrata, sostenuta da sequenze sintetiche asciutte e pattern ritmici che rimandano direttamente alla tradizione electro più pura. Altrove l’atmosfera si fa leggermente più introspettiva: “I Wonder Why” e “Ghost Fish” introducono sfumature quasi contemplative, senza rinunciare alla precisione meccanica che sostiene l’intero impianto sonoro. In diversi momenti affiora anche un gusto quasi ludico per i timbri analogici, evidente nelle modulazioni e nei piccoli dettagli melodici che punteggiano la narrazione senza mai appesantirla. Man mano che l’album procede, il discorso si allarga a episodi più spaziali e dilatati, come “Xpanding” e “Bleak Xpansion”, dove le strutture sembrano aprirsi lasciando respirare maggiormente le trame sintetiche. È una dimensione che Upton maneggia con disinvoltura, mantenendo sempre saldo l’equilibrio tra immediatezza ritmica e costruzione atmosferica. No Way To Control It si inserisce così con coerenza nel lungo percorso di DMX Krew, confermando la capacità dell’artista britannico di rimanere fedele a un lessico sonoro preciso senza trasformarlo in maniera nostalgica o autoreferenziale. Ne risulta un lavoro compatto, diretto, che continua a parlare il linguaggio dell’electro con lucidità e misura.