Vanadium – Lattice

Approda alla Science Cult Pablo Nieto, aka Vanadium, musicista e produttore madrileno già avvezzo ad avventurosi territori inesplorati nella fusione di sonorità elettroniche, adesso con queste otto uscite, anche se alcune alquanto brevi, più precisamente focalizzato nel novero d’un electro ultra-contemporaneo e glitch, che a noi piace immaginare utilizzato non solo in quanto puro ascolto e ricerca. L’album prende ispirazione dalla teoria della Lattice di Jacobo Grinberg, che postulava l’esistenza di una rete cosmica di energia interconnessa contenente tutte le informazioni dell’universo e nel far questo Nieto elabora strutture musicali costruite attraverso un sistema reticolare stocastico, successivamente improvvisato per dare vita a un’opera mobile, in costante ridefinizione. “A180” apre con un incedere solenne e frammentato, tra glitch nervosi e una tensione quasi sacrale che sembra organizzare il caos in una forma provvisoria. “ID ATC M” si sposta su coordinate più minimali: emergono figure pianistiche oblique, con echi di un jazz sghembo che moltiplica i punti di fuga, mentre il ritmo resta sottotraccia, spezzato e irregolare. “INTER 01” è un breve passaggio di transizione, fatto di tastiere inclinate e battute ultrafratturate, come un appunto sonoro che prepara al maggiore impatto di “REZ 01”, dove affiora una spinta più tecnoide, subito controbilanciata da linee melodiche in contrasto che ne destabilizzano l’assetto. Con “A150” la formula si consolida: pianoforte angolare e ritmiche contorte dialogano in equilibrio precario, senza mai cercare una soluzione accomodante. “ID TES M” amplia l’orizzonte in direzione di un jazz cosmico, rarefatto ma attraversato da micro-scosse elettroniche che ne increspano la superficie. “INTER 02” torna alla dimensione dell’improvvisazione, tra suoni ampi e una vena lievemente nostalgica, prima che “REZ 02” chiuda il cerchio con una struttura più dilatata, attraversata da elementi ritmici nervosi e da una cibernetica inquieta che non concede approdi facili.Ne risulta un lavoro estremamente raffinato, forse tra i più radicali del catalogo Science Cult: poco incline all’electro ortodosso, difficilmente spendibile in chiave dj, ma proprio per questo capace di spingersi ai margini della ricerca sonora con coerenza e sensibilità. Un album che privilegia l’ascolto attento e restituisce, a chi vi si immerge, una trama fitta e sorprendentemente elegante.

 

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