Subculture Confuse – Reggae e Omofobia

Subculture Confuse

Notizia non nuovissima ma che ancora fa riflettere, quella relativa alla pop star di colore Beverly Knight, attiva nel prendere posizione contro l’omofobia nel reggae, dopo le dichiarazioni secche riportate sul magazine ‘Voice’. Dice la popstar: ‘credono che per ascoltare un tipo di musica come il reggae, occorra anche comportarsi come suggerito dalle canzoni e parte di questo comportamento comprende l’omofobia’. Il reggae, dichiara l’affascinante vocalist, è un genere musicale, non uno stile di vita. ‘A me piace il reggae. Amo Buju Banton, ascolto Beenie Man e cantanti del calibro di Luciano e John Holt. Ma cosa non mi piace è vedere artisti di questo talento che utilizzano la propria notorietà per incrementare l’omofobia, già troppo presente nella black community’. ‘É una cosa stupida anche dal punto di vista del marketing, dato che parlando male dei gay si tagliano una fetta di mercato pari a circa il 10% della popolazione nera. Conosco moltissimi neri gay e lesbiche che devono mentire ogni giorno della loro vita, perché sono terrorizzati di mostrare se stessi. Il mio amico Tyrone Jameson odiava essere nero e gay, era un fardello troppo pesante per lui’. Per Beverly è veramente doloroso ascoltare brani reggae che dicono ‘Batty bois fee dead’ (canzone di Beenie Man) ovvero ‘uccidi i gay’. Fortunatamente molti editori tagliano quella parte del brano. Se la ‘murder music’ incita all’uccisione di gay e lesbiche è conseguenziale soprattutto nella comunità nera lo sviluppo di adeguate forme di solidarietà. Non solo le comunità nere e gay nordamericane si mobilitano adesso in tale direzione, mostrando maggior consapevolezza contro il razzismo e l’omofobia, ma anche in Europa e non solo tali organizzazioni, dopo anni di silenzio, iniziano adesso a prendere posizione. Ultimi i centri sociali italiani che ‘in tempi di risacca’ della subcultura musicale più antica nel nostro paese, da qualche anno – anche in questo senso – hanno provato a far sentire la loro voce. Ne sono esempio le iniziative romane culminate questo settembre nell’annullamento del concerto di Elephant Man, o su altri versanti delle veglie del 4 Aprile 2008 in 15 città italiane per ricordare alle nostre chiese (…altre chiese) le vittime della violenza dell’omofobia. ‘La Giamaica ha tanti problemi e questo lo si sapeva già’, qualcuno dice all’interno della scena reggae italica, ‘uno di questi è la discriminazione nei confronti degli omosessuali, da parte proprio di alcuni dei maggiori rappresentanti della cultura rosso-verde-oro’, salvo poi nel frattempo in gran parte sottacere questa realtà, agitando di quella subcultura musicale contenuti superficiali, solo genericamente di sinistra e maldestramente ‘giovanilisti’, con pessimi risultati dal punto di vista anche del ‘disorientamento’, della mancata diffusione e del supporto rispetto a quello che di nuovo musicalmente è oggi davvero meritorio. Insomma ‘nun te reggae cchiù’, viene proprio da ribadire – parafrasando Rino Gaetano – e l’unica ragione amici, diciamo il vero, per la quale certi concerti e certe dancehall ancora raccolgono qualche consenso è purtroppo la mancanza di curiosità per il nuovo, l’attaccamento identitario a modelli vecchi e solo apparentemente ribellistici, presi in prestito da altre generazioni, frammisti alla stanchezza depressa delle duemila canne a sera. Nel caso poi di certi ‘capoccia’ di codesti giri, non manca – infine – il presentarsi nell’opportuno assessorato di turno, a batter cassa, spacciandosi come quelli che ‘riempiono le piazze di giovani’. Altro che abbattere le barriere e socialità danzante, quelli da abbattere sono piuttosto codesti rimasugli del passato (che di ballo – e al tempo stesso di musica e attivismo – in realtà, ne sanno ben poco).