Partially Confused – Wicked Chronicles

Partially Confused

Il 2008 si può ben dire sia stato un anno nel quale in ambito house-techno relativamente ‘nuovi’ intrecci si sono consolidati. Qualcuno afferma che questo sia accaduto – specialmente in Europa – in gran parte attraverso la ricapitolazione di forme classiche, poco riflettendo sulla natura che di questi inediti immaginari ha vistodappertutto proliferazioni in forme davvero atipiche. É la solita storia – insomma – si può vedere il bicchiere mezzo vuoto oppure mezzo pieno, e nel nostro caso, non serve poi a molto disquisire – ad esempio – se nelle mescole fidget/jackin sia prevalente la continuità della ‘tradizione chicagoana’ o il nuovo che avanza: è solo nella qualità delle singole produzioni in corso che tali recuperi – occhieggiando ad una certa persistenza dell’house – già si tingono di mainstream, oppure – al contrario – optano giustamente verso derive più sperimentali ed elettroniche. Si riterritorializzano quasi sempre le intuizioni che scuotono le scene, tirando avanti la carretta, cercando immediatamente di popolarizzare il ‘lavoro’ delle avanguardie e quando si suona un disco, si suona sempre anche con le memorie della gente, oppure guardando al futuro. La differenza non è cosa da poco. Quasi tutto è davvero cambiato e il mercato discografico s’attacca dove può, soprattutto se non mancano le idee innovative e le sonorità conseguenti riscuotono un certo successo. Le etichette vacillano, ma c’è in giro una marea montante d’interessanti produttori. Crollano le distribuzioni, ma s’assiste ad un fiorire d’autopromozioni e di feconde aggregazioni stilistiche (leggasi blog-house). Piange il cuore – tuttavia – che in effetti, la maggior parte della musica elettronica a base groove sia oggi oramai alquanto ‘scollegata’ dalla sua stessa audience. Spesso i palcoscenici dei club pullulano di gioventù ballante, ignara – al di là del nome del dj di turno – di chi e che cosa faccia muovere il loro stesso culo. Probabilmente, le traiettorie che portano ad una o ad un’altra serata, solo tangenzialmente s’intersecano con la musica reale. Quelli delle pillole e delle polveri in acqua minerale vogliono solo il boom-boom-boom, mentre certa saccenteria finto-colta, abile dell’eleganza del nulla e partecipe d’emozioni giovanili nate vecchie e pseudo-autoriali, s’è spostata tutta – e non da poco – dal nu-jazz all’indie, dove pure colpisce soltanto il bla-bla-bla e meno la sostanza in gioco. Questo è detto – sia chiaro – non per deleggittimare il clubbing nelle sue attuali ‘tendenze’, o per cipiglio moralisteggiante (che spesso m’assale), quanto piuttosto per sottolineare un momento confuso ma vivissimo: se la musica è già infine, come afferma Dj Spooky, ‘una delle forme d’arte più immateriali’, adesso i fili che ne reggono le sorti si son fatti davvero sottilissimi e intricati. Combinazione pericolosissima che non vorremmo riportasse indietro tutta una scena – quella complessivamente dell’elettronica dance – che tanto e bene ha operato nella diffusione di nuove e molteplici operatività artistiche, rendendo ‘digeribili’ per il grande pubblico tematiche non proprio di facilissima percezione, testimoniando dei cambiamenti epocali, salutando positivamente l’avvento di nuove tecnologie e procedimenti creativi.