
Lo steampunk è una forma di fantasy e fiction speculativa che è apparsa ed è stata meglio delineata e concettualizzata a partire dagli anni ottanta. La metafora del vapore (steam) nelle classiche opere di questo genere letterario è imbevuta – in particolare – di un altro concetto chiave, quello di retrofuturismo, dove l’enfasi è a sua volta posta sull’immagine del futuro vista al passato, slittamento pienamente da inscrivere nel catalogo tipico delle principali idee fantascientifiche. Le ambientazioni dello steampunk sono le stesse dei primordi industriali, quelle dell’inghilterra del 19esimo secolo, della società vittoriana, racconti che direttamente o di riflesso, hanno sempre a che fare con le tecnologie, spesso intrisi anche dell’ossessione di un possibile, differente esito delle trame umane. Lo steampunk è spesso associato con il cyberpunk e condivide un comune ‘zoccolo duro’ di appassionati, assai coinvolti dai temi della tecnologia e della ribellione, con la sottile differenza – forse – che al ‘no future’ tout court, si sostituisce nello steampunk, una retroattiva e inconscia speranza di altri eventuali ‘alternativi’ esiti. Questo sottogenere – tuttavia – non coinvolge con le sue articolate intuzioni il solo ambito letterario: il fascino di certi intrecci ha investito anche la musica, le arti visive e il design, in quest’ultimo caso alimentando interessanti confluenze con le scene ‘modding’. Come non citare allora le cuffie elaborate da Porkshanks o il laptop in legno di Datamancer (Richard Nagy), hack steampunk degni di una supermenzione, tutti operati riciclando materiali elettronici di consumo, splendide realizzazioni artigianali, illuminate da lampi subculturali davvero creativi e immaginifici.