
Non più uno sport elitario, che si svolge in ambienti rigorosamente naturali, ad arte progettati e curati, che viene praticato in rigoroso silenzio e concentrazione. Al contrario, alla dimensione tecnica, competitiva e classista, nell’Urban Golf è preferita la componente ludica, lo stare assieme, la coesione di gruppo, avulsa da leaderismi e regole ferree. Strade, parchi urbani e piuttosto capienti edifici industriali dismessi, aree di risulta metropolitane, grandi capannoni abbandonati, zone portuali in assenza di vigilanza: sono questi i luoghi deputati nella pratica di tale alternativa ‘disciplina’ sportiva, per la quale – dagli stessi praticanti – l’integratore consigliato non è il Gatorade ma – in copiosa quantità – la birra. L’Urban Golf, denominato a volte Cross Golf, è uno sport che conta già migliaia d’accaniti seguaci, un po’ dappertutto in giro per il mondo e in esponenziale proliferazione. L’epicentro di questo fenomeno è la Germania, con praticanti ben organizzati a Berlino e ad Amburgo, ma la scena è piuttosto calda anche a Londra, Parigi e a Varsavia, mentre oltreoceano si è attivi soprattutto a San Francisco e a Miami. Anche nel resto d’Europa e nei paesi asiatici addirittura, ultimamente si registrano eventi legati alla pratica dell’Urban Golf, pur se la gran parte dei tornei sono ancora clandestini e per parteciparvi è necessario essere introdotto da qualcuno che è già saldamente inserito nel gruppo. Una delle principali realtà in rete del nascente movimento è sicuramente
Natural Born Golfers, sito fondato nel 1992 da Nikola Krasemann e Torsten Schilling, coppia alla quale si deve la seminale idea di tale mutazione nell’attitudine sportiva che vedeva mazze, palline e completini di gioco, prima mantenuti sempre assai compiti e classicheggianti. I pantaloni a quadretti e le polo sono adesso virati al punk, le scarpe bicolore sostituite da robuste sneaker, le bandierine delle buche sono dipinte con teschi, sui quali sono incrociati i ‘ferri’ – al posto delle ossa – e le sacche non sono quelle dei club di lusso: spesso esibiscono solo il logo della propria specifica crew oppure sono adattate modificando i tipici carrellini per la spesa. La buca tradizionale può essere sostituita con un tombino sul quale arrivare, o da un oggetto qualsiasi da colpire: un palo della luce, un bidone della spazzatura, una saracinesca. Come nel golf tradizionale ci sono i par, ovvero i numeri di colpi utili per raggiungere mediamente quel dato obbiettivo. Le mazze anche sono le stesse – utilizzando ‘ferri’ solitamente con un numero basso – mentre spesso le palline sono di caucciù o imbottite di piume d’oca per non ferire gli eventuali passanti o provocare danni accidentali alle cose (soprattutto macchine e finestre). Lo ‘Shoreditch Urban Open’, ad esempio, svoltosi nel 2004 a Londra, prevedeva un percorso cittadino di 18 ‘buche’ (sostituite dalle coperture degli idranti), abilmente posizionate tra palazzi, cabine telefoniche e parcheggi auto, mentre le palline utilizzate, erano di un tipo di cuoio speciale. Ci tengono quelli dell’Urban Golf a non passare per ‘monster freak’, perchè in cuor loro lo sanno che le derive possibili sono quelle del centrare con le palline dure l’auto di polizia nel suo usuale giro di quartiere, o i finestrini della BMW parcheggiata ai limiti tra la zona residenziale e quella più limitrofa relativa al proprio specifico raggio d’azione. Non solo uno sport quindi, ma anche un momento di riappropiazione, che riconsidera e recupera, i tempi (la notte) e i luoghi (spesso residuali) tipici della propria alienata esperienza di vita metropolitana.