Rammellzee – R.I.P.

Rammellzee

Neanche cinquantenne, il 27 Giugno 2010 ha attraversato lo spazio-tempo che noi chiamiamo vita, passando ad altra dimensione, Rammellzee , teorico del Panzierismo Iconoclasta, futurista gotico, precursore di sonorità ed estetiche mutanti, seminale agitatore controculturale, insofferente protagonista d’azioni performative che mal s’adattavano alle regole troppo rigide e codificate di gallerie e istituzioni artistiche. Sperimentatore visivo, scultore, musicista, intimamente ibrido creatore di “situazioni”, con i suoi assemblaggi ed i collage tridimensionali, nelle performance con maschere e costumi indossabili: i “Monster Models” e le “Garbage Gods”, una sorta di rappresentazione profana – ultimamente – nella quale il concetto di divinità era mescolato con spazzatura e pezzi di scarto riciclati. Durante la sua lunga e tormentata ma vitalissima esistenza, Rammellzee è stato ricordato soprattutto per le collaborazioni con Jean-Michel Basquiat, per la partecipazione in “Wild Style”, film-icona del nascente movimento hip-hop, diretto da Charlie Ahearn, ancor prima per il suo impegno come writer e graffitista. Indirettamente, il ricordo di Rammellzee mi riporta ai primissimi anni ottanta, quando di lui mi parlava Francesca Alinovi, una dei primi critici d’arte contemporanea a credere nelle valenze della street-art e nella commistione di più linguaggi stilistici. “Se la tecnologia cambia il mondo, la gente continua ad avere gli stessi problemi, gli uomini sono sempre assillati dagli stessi bisogni fondamentali e primari, quelli che ne definiscono la natura umana”, questo affermava un altro grande di quegli anni, Keith Haring, e verrebbe da dire a questo punto che anche la morte è sempre la stessa,