
“Graffiti Analysis” oltre ad imporsi come il più completo e geniale studio sui graffiti e le loro conformazioni morfologiche, sempre più sta diventando un potente strumento performativo, utile per un attivismo di strada ma abbastanza articolato, adattabile e ricco di sfaccettature, tanto da poter dar vita ad azioni differentemente creative, spettacolari e coinvolgenti. Abbiamo già in parte segnalato – in un post nell’Agosto del 2009 – quanto l’ideatore di questo progetto, Evan Roth, sia stato attivo in questi anni sul tema dei segni alfabetici, dei graffiti e dei tool informatici atti ad una stringente integrazione fra street art e nuove tecnologie. Le ricerche attorno questi “concetti” – infatti – sono state sviluppate da Roth a partire dal 2004, prima con una tesi di ricerca al Parsons, un’apprezzata scuola di design newyorkese, in collaborazione con una crew di writer che comprendeva le individualità di artisti quali Hell, Avone, Jesus Saves e Katsu, poi con una borsa di studio all’Eyebeam, una organizzazione non-profit, sempre di Manhattan, focalizzata proprio sul rapporto fra arte e tecnologia. In quell’occasione inizierà il rapporto collaborativo con James Powderly che darà vita al Graffiti Research Lab, sfociato poi nell’implementazione delle Laser Tag, sperimentazione sviluppata assieme a Theo Watson. Graffiti Analysis 2.0, inizialmente supportato dalla Fondazione Cartier, comprendeva le “Graffiti Taxonomy” citate nell’articolo da Wicked Style, oltre a uno sviluppo specialistico del software di “tracking, playback, controls and graphics”, rilasciato nel suo codice sorgente e completo del Graffiti Markup Language (GML), file format connesso ad un open database creato con l’ausilio di migliaia di contributi grafici. In Graffiti Analysis 3.0, ultima release del progetto, il supporto necessario arriva da “Les Grandes Traversees”, un festival che indaga sui media e sulla performing-art, forte dell’iterazione con gli ambienti metropolitani e la gente. Le nuove implementazioni includono migliorie architetturali, audio e visive assolutamente strepitose, mantenendo la caratterizzazione tutta open-source e aggiungendo adesso svariati effetti generati dall’iterazione audio con le tag, oltre alla possibilità di input addirittura dall’iPhone, ad integrazioni e sviluppi 3D e di “architettura interattiva”, per non parlare degli input laser e dei tag buildings da lunga distanza, o della stereografia e delle opzioni speciali di ricerca tag automatizzate. Forse sarà più utile per voi – e anche più divertente – dare un occhiata al video di presentazione dell’iniziativa, scoprirete che dietro le parole complicate si nascondono concetti comprensibili in maniera molto diretta e in parte anche “funky” come attitudine. Gli aspetti maggiormente scientifici ed informatici di questa ricerca – tuttavia – non sono rimossi o tenuti in secondo piano dall’autore, pur se al contrario risplendono in una luce anche alquanto auto-ironica, ambigua e scanzonata, non scevra d’un certo spirito “do it yourself”, cifra dominante d’un aplomb piuttosto “neo-prometeico”. Il progetto comunque è di grandissimo interesse e vale la pena certo un poco di surfing fra le varie testimonianze video sparse su Vimeo e YouTube.