A’ ridicoli. Verrebbe da gridargli dietro con accento romanesco anche se alla Mágmas sono di Venezia. Pensavamo, alla nostra veneranda età, d’aver visto (e sentito) di tutto. Mai avremmo immaginato che anche “Il Cielo In Una Stanza” dell’anticonformista Gino Paoli (poi diventato pessimo presidente della Siae) sarebbe diventata la base di un pezzo tech-house da apericena premium, di quelli che sembrano progettati da un algoritmo cresciuto fra spot di gin artigianale e reel motivazionali su Ibiza. Il problema, sia chiaro, non è nemmeno l’idea in sé. La storia della club culture è piena di sacrilegi riusciti benissimo, di riletture spudorate e campionamenti improbabili trasformati in qualcosa di vivo. Qui però tutto suona come una gigantesca sterilizzazione: batteria in quattro da ordinaria amministrazione, basso tiepido, vocal trattati con quella deferenza finta che in realtà serve solo a rendere “iconico” un contenuto da consumo rapido. Più che un edit pare l’audio d’un lounge bar che vuole convincerti d’essere sofisticato perché ha appeso una stampa di Fontana al muro del bagno. E allora viene da chiedersi se davvero servisse trascinare un brano così dentro l’ennesimo format da dancefloor spritz, dove ogni cosa dev’essere immediatamente riconoscibile, innocua e condivisibile entro quindici secondi. Perché il punto è proprio questo: quando i club smettono di rischiare e iniziano a inseguire il karaoke emotivo della nostalgia diventano semplicemente inutili. Anche Gino Paoli, perfino lui, al secondo bicchiere avrebbe acceso una sigaretta e cambiato stanza.