Planetary Assault Systems – Planetary People

Luke Slater, sin dalla metà degli anni Novanta, è stato un autentico faro per le scene elettroniche internazionali e, andando a rivangare nel nostro personale archivio di recensioni, lo ritroviamo già in una playlist radiofonica del marzo 2002 sia sotto il proprio nome con “From Above” sia con il già consolidato – all’epoca – progetto parallelo Planetary Assault Systems, presente con “I Am The Funkster”. Non è un caso, insomma, che Slater sia anche uno dei resident più longevi del Berghain e che la sua techno fatta di bleeps, poliritmie e tensione industriale si sia imposta nel tempo come una delle espressioni più autorevoli e riconoscibili della declinazione futurista del genere. Un linguaggio sonoro capace di attraversare epoche e trasformazioni senza mai perdere lucidità, mantenendo intatta quella combinazione fra fisicità, astrazione e ricerca timbrica che continua ancora oggi a renderlo un punto di riferimento trasversale per più generazioni di producer e ascoltatori. Dopo infinite avventure e a dieci anni dalla pubblicazione di Arc Angel su Ostgut Ton, Slater torna ora con Planetary People, un lavoro che sembra raccogliere e rimettere in prospettiva buona parte delle tensioni sviluppate nel corso della sua lunga traiettoria artistica. Più che inseguire un’idea di aggiornamento forzato, il disco riafferma la solidità di una poetica che ha sempre trovato nella sottrazione, nella profondità ritmica e nella costruzione dello spazio sonoro i propri elementi distintivi. È un album che appare maturato lentamente, modellato tanto dall’esperienza accumulata nei club quanto da un approccio in studio sempre più essenziale e calibrato, dove ogni dettaglio sembra rispondere a una precisa funzione dinamica. In questo senso Planetary People restituisce l’immagine di un artista che continua a interrogare la materia techno senza cedere né alla nostalgia né alla spettacolarizzazione. L’energia resta fisica e potente, ma viene incanalata attraverso una scrittura estremamente controllata, capace di alternare tensione, rarefazione e senso del movimento con naturalezza quasi istintiva. Slater conferma così quella rara capacità di rimanere perfettamente riconoscibile pur continuando a rifinire il proprio lessico sonoro, evitando automatismi e mantenendo intatta una forte componente di ricerca. Ne emerge un lavoro compatto, immersivo e coerente, che ribadisce ancora una volta il ruolo centrale di Planetary Assault Systems nella storia e nell’evoluzione della techno contemporanea.

 

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