Abbiamo più volte affermato che l’electro sembra esistere in una dimensione temporale autonoma, dove passato e avvenire finiscono per sovrapporsi. Non si tratta di nostalgia. La nostalgia guarda indietro, idealizza ciò che è stato e tenta di riportarlo nel presente. L’electro opera in maniera differente: continua a inseguire un domani immaginato decenni fa, non descrive il presente e raramente si adatta ad esso. Nella capsula del tempo della Roulette Rekordz è ora il suo head honcho Poladroid a riaprire gli archivi, recuperando un volto più essenziale del proprio percorso: ritmi rallentati, superfici ruvide e un’estetica lontana dalle più recenti derive. Roentgenizdat sembra emergere da vecchie cassette consumate, tra fruscii, instabilità analogiche e imperfezioni trasformate in parte integrante del linguaggio sonoro. Vadim Samoluk costruisce così un lavoro che privilegia atmosfera e memoria più che precisione tecnica. “Norilsk” introduce il disco con un incedere severo e spigoloso, mentre “Lyuberi” mantiene il passo misurato accentuandone il carattere urbano. “Leningrad” aggiunge una vena più isterica, seguita da “Sochi”, che non alleggerisce affatto il clima. “Girls From Omsk” amplia lo spazio sonoro senza rinunciare alla grana lo-fi, “White Boy Funk” gioca con il groove mantenendo un equilibrio volutamente grezzo, “Doomer” riporta tutto verso tonalità più cupe e “Escape To Tbilisi” chiude il percorso in modo raccolto, quasi fosse l’ultima registrazione rimasta su un vecchio nastro. Più che un esercizio di revival, Roentgenizdat restituisce l’impressione di un documento recuperato dal tempo, dove ogni imperfezione contribuisce a definire un’identità precisa e coerente.