Serge Geyzel, produttore che conosciamo bene per le sue uscite electro su etichette capofila di quella scena quali Science Cult, Mechatronica, Brokntoys, Electro Music Coalition, To Pikap e Shipwrec, solo per citarne alcune, approda con The Way To Go su Pulse State, muovendosi qui in una direzione assai più raccolta, lontana dalle dinamiche funzionali al dancefloor. Restano riconoscibili le sue trame ritmiche spezzate e una certa inclinazione neo-fusion, ma il baricentro si sposta verso un lavoro di sottrazione: fraseggi jazz essenziali, linee armoniche che non cercano mai di imporsi, piuttosto di insinuarsi.L’apertura con “All We Want To Know Is When” chiarisce subito il tono: pochi elementi, ben calibrati, e un senso di sospensione che lascia spazio ai dettagli. “Everything Is Something” prosegue su coordinate simili, ma con un andamento leggermente più mobile, dove il dialogo tra ritmo e melodia si fa più serrato. In “Fragments” il discorso si frantuma davvero, tra pause e riprese che costruiscono una narrazione per accenni. “I Totally Misunderstood You Saying Yes” introduce una vena più ambigua, quasi obliqua, mentre “Like A Spiral Of My Thought” si sviluppa in modo circolare, lavorando su micro-variazioni che danno profondità senza mai appesantire. “Maybe Next Time” sembra trattenere ogni slancio, scegliendo una misura più contenuta, in equilibrio tra introspezione e controllo. Con “Soulwalls & Bridges” emerge una componente più meditativa, che trova una naturale prosecuzione nella title track, probabilmente il momento più compiuto del disco, dove tutte le coordinate si ricompongono con una certa chiarezza. “Waiting And Nothing”, breve e rarefatta, funziona quasi come interludio, prima che “Watch And Ignore” riporti un minimo di tensione attraverso un intreccio ritmico più marcato. La chiusura con “You Gave Me Nothing And Took It Away” mantiene questa linea, ma con un tono più dimesso, come se il percorso si esaurisse senza bisogno di enfatizzazioni. È un lavoro che richiede attenzione, ma senza mai risultare ostico. La distanza rispetto alle sue produzioni più orientate al club è evidente, eppure non si tratta di un cambio di rotta dettato da esigenze contingenti. Piuttosto, sembra il naturale sviluppo di un linguaggio che qui trova una forma più libera, meno vincolata, capace di muoversi tra elettronica e scrittura strumentale con una coerenza discreta ma solida.